Le rammendatrici di Biella

La Camera del lavoro di Biella, per la mostra in occasione dei suoi 120 anni alla Fondazione Pistoletto, ci ha chiesto di realizzare una piccola MOC sulle lavoratrici addette alle rammendature a partire da una foto. E’ stata una bella esperienza, che mostra tutte le potenzialità dei mattoncini come strumento per raccontare la storia a ampie fasce di popolazione. Qui sotto, un piccolo testo che racconta uno spaccato di storia delle rammendine.

Le passafàlle  (in italiano le rammendatrici)

Quello della rammendatura è un lavoro riservato alle donne, si tratta di ricostruire manualmente l’intreccio del tessuto la dove manca o è difettoso, il che può accadere per le più svariate cause.

L’operaia trovato il difetto con l’ago e un filo uguale a quello della pezza ricostruisce manualmente l’intreccio del tessuto. Il controllo della pezza e l’eventuale rammento viene ripetuto per almeno quattro volte, in greggio, dopo la follatura e lavatura,  dopo la tintura ed infine dopo la cimatura.

Adriana N. nata a Sordevolo nel 1933 da famiglia operaia ed antifascista con un padre deportato a causa di uno sciopero nelle Officine di Sordevolo e morto a Mathausen, amava fare la rammendatrice questo perché i telai le hanno sempre fatto paura.

Nel 1954 però si trova di fronte ad un bivio lavorativo viene introdotto in tessitura il guarda ordito, che semplifica il lavoro delle rammendatrici, ma fa anche si che ne servano meno.

O il licenziamento o passare in tessitura, non una gran scelta considerato che lavorava nell’unica fabbrica del paese, e allora Adriana accetta il cambio di reparto, ma il cambiamento le fa perdere la qualifica di operaia specializzata e la fa tornare apprendista…un cambiamento per lei inaccettabile, si lamenta contesta la cosa, il direttore l’accontenta le riconosce la qualifica e la mette a cottimo, senza formazione e senza esperienza si salva solo per uno scambio interessato con le tessitrici più esperte, lei rammenda le loro pezze in cambio di un aiuto al telaio.

Da militante della CGIL e da componente della commissione interna vive la battaglia per non vedersi assegnato il secondo telaio 45 gg di occupazione della fabbrica, voluta fortemente dalla CISL non servono a nulla, alla fine la resistenza è piegata si rientra in fabbrica senza porre condizioni.

Quando la fabbrica viene acquisita dal Giorgio Rivetti si sparge la voce che quelle della Camera del Lavoro non verranno “prese”, sono gli anni che precedono lo Statuto dei Lavoratori in diversi hanno la tessera alla CGIL, ma la pagano di nascosto.

Il Rivetti con l’Adriana unica della commissione interna ad incontrarlo è lapidario: “Si ricordi bene che io ho comprato i muri, le macchine, ma non ho comprato gli ouvriers”.

Sono in diverse, tra cui Adriana a cercarsi un altro lavoro senza attendere il licenziamento. Fa diverse esperienze prima un finissaggio, poi passa dal Faudella al Vernato che però fa fallimento.

Con la nascita dei due figli, la malattia della mamma e della suocera, rinuncia al lavoro in fabbrica, dieci anni da casalinga per usare le sue parole “non sono il massimo”.

Torna a lavorare al Lanificio di Occhieppo prima come rammendatrice, poi di nuovo in tessitura, ormai lo Statuto dei Lavoratori è legge, Adriana viene eletta all’unanimità, non sempre però i colleghi la seguono e agiscono con poca responsabilità con poco senso collettivo.

Quando mancano poche settimane alla pensione, ad uno dei suoi telai si rompe il quadro, il nuovo assistente inesperto, procede alla sostituzione e riavvia il telaio automatico senza guardare… Adriana ancora sta sistemando la macchina….”frum frum e il mio dito è partito”,  segno indelebile che marchia le mani di tante operaie e tanti operai tessili di quegli anni.

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